Cerimonia dell'Hazkarah: discorso di Pierre Birnbaum

Il 27 settembre 2020, al Mémorial de la Shoah di Parigi.

Commemorazione dedicata al ricordo delle vittime non sepolte della Shoah.

Trascrizione del discorso di Pierre Birnbaum, storico e sociologo.

27 settembre 2020

Signor Presidente,

È con immensa moderazione che vorrei prendere la parola oggi per rispondere all'invito inaspettato che mi onora e mi turba infinitamente dei responsabili del Memoriale.

Tra una settimana, la nostra storia e, per alcuni ancora presenti, la nostra memoria, si confronteranno con una data che rimane essenziale, quella dell'ottantesimo anniversario dello status degli ebrei del 3 ottobre 1940. La Shoah, di cui oggi commemoriamo come ogni anno il ricordo, non inizia certo in Francia con la pubblicazione di questo testo. Di per sé, non suscita alcuna mobilitazione antisemita, non provoca alcuna retata, non conduce implacabilmente alla tragica deportazione, incontra quasi solo indifferenza. Questo testo, che definisce l'ebreo in termini di razza e non di religione, li esclude radicalmente dallo spazio pubblico poiché decreta nel suo articolo 2 che "l'accesso e l'esercizio delle funzioni pubbliche e dei mandati elencati qui di seguito sono vietati agli ebrei". Lo stesso giorno, un'altra legge nel suo articolo primo dichiara semplicemente che "i cittadini stranieri di razza ebraica potranno, a decorrere dalla promulgazione della presente legge, essere internati in campi speciali per decisione del prefetto del dipartimento di residenza"., ponendo fine alla politica più aperta agli stranieri del Fronte Popolare. Succede alla legge del 22 luglio che rivede le naturalizzazioni ottenute dopo la legge liberale del 10 agosto 1927 e che riguarda in particolare gli ebrei stranieri che diventano nuovamente apolidi. Riprendendo il vecchio slogan di Edouard Drumont, Le Temps, il quotidiano più rispettato dell'epoca, il portavoce della Francia liberale e repubblicana lancia, il 25 luglio 1940, rinnegando i suoi valori, finalmente "La Francia ai francesi"!

Così, ricordare oggi nel contesto specifico dell'80o anniversario dello Statuto degli ebrei prende una piega particolare, qui a Parigi, dove improvvisamente cambia il destino di tutti gli ebrei di Francia. Un secolo e mezzo di eccezionalismo è stato cancellato da un filo della penna dalla brutale messa in discussione dell'integrazione degli ebrei nello spazio pubblico alla francese. La controrivoluzione che trionfa non ha mai accettato il messaggio dell'89, ha sempre rifiutato l'integrazione degli ebrei nella nazione decisa con il voto del settembre 1791 e, nel corso del XIX secolo, si è mobilitata in nome di un nazionalismo esacerbato, di una concezione della razza o ancora di un cattolicesimo vendicativo cantato dai più grandi come Maurice Barrès.

Questa controrivoluzione ha suscitato l'adesione delle masse popolari: ha persino rischiato di imporre le sue ideologie estreme durante il momento antisemita per eccellenza che è l'affare Dreyfus, che ha visto immense folle arrabbiate sfilare nelle città della Francia urlando "Morte agli ebrei". Un affare che ha potuto svolgersi solo in Francia, poiché è solo in Francia che gli ebrei emancipati hanno potuto accedere in gran numero alle vette dello Stato grazie alla meritocrazia repubblicana.

In questo senso, per farla breve, lo Statuto degli ebrei dell'ottobre 1940 è virtualmente presente nelle rivendicazioni di odio di un certo Edouard Drumont e dei suoi accoliti il cui slogan principale è eliminare ogni presenza ebraica. Edouard Drumont, sempre lui, inventa quell'antisemitismo politico che si diffonderà altrove, come nella Repubblica di Weimar quando gli ebrei finalmente accederanno allo Stato, suscitando la furia di Hitler contro questo Stato considerato rinnegato che giurò di abbattere.

Conviene quindi ascoltare l'ammonimento di Stefan Zweig che, nel dicembre 1938, di fronte alla minaccia nazista, consigliava agli ebrei di evitare "di occupare una posizione di comando e di decisione di alto livello nella vita pubblica e politica", di non apparire mai "al primo posto, il più visibile" dello Stato per non alimentare le passioni antisemitiche? Questa lezione non riguarda in particolare gli ebrei francesi che sono pazzi per lo stato? Dovrebbero, ieri come oggi, allontanarsi dallo Stato e vivere lontani dal potere in seno alla società civile? Peggio ancora, in modo radicale, dovrebbero prestare maggiore attenzione all'avvertimento che Yitzhak Baer, il grande storico israeliano, formulava già nel 1936 e che riaffermava nel 1947, quando riteneva che "l'esilio (la galout) è e rimarrà un assoggettamento politico che deve essere completamente abolito", un assoggettamento che sarebbe tanto più intimo in quanto si svolge in uno stato forte come quello della Francia dove gli ebrei, secondo le parole di Baer, "occupano il centro della scena"?

Come per confermare questo giudizio, lo statuto dell'ottobre 1940 dà alla Shoah, lo ripeto, una dimensione propriamente francese poiché questo testo enunciato certamente alla presenza dell'occupante nazista ma in piena autonomia segna il rinnegamento della logica dello Stato che si rivolge contro i suoi ebrei con tutta la forza di cui dispone per la sua lunga storia. Se la Francia non inventa il fascismo, essa genera l'antisemitismo politico diretto contro questo presunto stato asservito agli ebrei. Di per sé, lo statuto dell'ottobre 1940 non implica evidentemente Compiègne, Pithiviers, Les Milles, Gurs e tanti altri campi, le retate di luglio e agosto del '42, le persecuzioni del '43 e del '44, Drancy, la deportazione fatale dei 73.000 ebrei sia francesi che stranieri. Nell'ottobre del 1984, il presidente François Mitterrand osò affermare che questo status riguardava solo gli ebrei stranieri, che evidentemente non ne erano interessati, come se pensasse di rendere così questa decisione iniqua più accettabile. Questo statuto prepara tuttavia il rifiuto dello spazio pubblico e le sue funeste conseguenze, e si capisce male dal momento che tanti storici considerano il periodo detto marechalista prima della metà del 1942 come un momento di "ambivalenza" che sarebbe fuori questione giudicare severamente.

L'alta funzione pubblica, un tempo repubblicana in uno sdegno quasi unanime e ancora oggi incomprensibile, fa di tutto per applicare nel modo più scrupoloso questo statuto che, nonostante la loro protesta rivolta al capo dello Stato, allontana i colleghi ebrei dal loro Stato. Quando, più tardi, nel suo discorso di Auchwitz del 27 gennaio 2005, il presidente Jacques Chirac evoca le figure di Charlotte Delbo e le donne del convoglio del 24 gennaio 1943, di Georgy Halpern, un figlio di Izieu che muore ad Auschwitz, dell'attivista comunista Jean Lemberger, di Sarah e Hersch Beznos e dei loro figli e nipoti deportati senza ritorno, egli dichiara anche che «con la figura emblematica di Pierre Masse, ecco che sorgono questi ebrei "pazzi della Repubblica"». Pierre Masse, loreno, avvocato, combattente della Grande Guerra, parlamentare, ministro, scrive, prima di morire affogato al suo arrivo: "finirò come soldato della Francia e del diritto che sono sempre stato". Deputato e senatore sotto la III Repubblica, che fu anche sottosegretario di Stato per la guerra durante la prima guerra mondiale, Masse incarna questi ebrei di stato devoti alla nazione ma abbandonati nell'ottobre 1940 dai poteri pubblici e tanto più scioccati che hanno messo tutta la loro passione al servizio di questo Stato, non immaginando che possano esserne improvvisamente esclusi come se questa fiducia assoluta rendesse ancora più inconcepibile un destino tragico che spesso li colpirà.

Dal luglio 1986 e fino al grande discorso del 16 luglio 1995, il presidente Chirac è stato il primo capo di Stato a sottolineare il tradimento dello Stato da parte del regime del maresciallo Pétain, uno Stato ormai alle  «mano delle forze oscure... che si sono insinuati fino ai vertici dello Stato», evocando così la presenza in Francia di «Vichy prima di Vichy», cosa che sottolineerà a sua volta il presidente Emmanuel Macron dichiarando, il 17 luglio 2017, durante la commemorazione del raid del Vel d'Hiv, che «l'affare Dreyfus aveva  ha mostrato la "virulenza" dell'antisemitismo e del razzismo che torna a sé stesso con Vichy nella "Francia di" Sono ovunque, de Sciocchezze per un massacro ».
; da allora, per Emmanuel Macron, come per Jacques Chirac, Vichy, "era il governo e l'amministrazione della Francia",   ora dominata dalle "forze oscure" a cui lo Stato si sottomette. 
I prefetti, pilastri dello Stato repubblicano di cui la stragrande maggioranza rimane in carica, conducono così la caccia, come ho potuto rendermi conto facendo lo storico di me stesso. Nato francese alcuni mesi prima dello statuto di ottobre, da genitori entrambi immigrati dalla Polonia e dalla Germania, sono stato escluso in anticipo dalla funzione pubblica e dalla meritocrazia repubblicana. Consultando, come storico, i numerosi archivi nazionali del Commissariato per le questioni ebraiche, gli Archivi nazionali o ancora gli archivi locali degli Alti Pirenei dove siamo rifugiati, io e la mia famiglia, scopro che tanti testi ufficiali mi designano.anche come un bambino ebreo attivamente ricercato, a volte francese, a volte polacco, che conviene arrestare con i propri. Si susseguono i rapporti di polizia che testimoniano l'accanimento della polizia nell'arrestarci durante le razzie dell'agosto 1942 o quelle del 1943, la sua decisione di internare mio padre nel campo di Noe, la sua instancabile volontà di deportarci. D'altronde non si saprà mai quanti bambini ebrei di origine straniera ma nati francesi sono stati deportati come stranieri. I miei genitori si nascondono, evitano miracolosamente molte volte l'arresto, mettono me e mia sorella in diverse istituzioni poco accoglienti prima di affidarci a una coppia di contadini di Omex, un piccolo villaggio dei Pirenei.

Nessuno di questi prefetti sarà arrestato o revocato dopo la liberazione a causa della sua partecipazione alla caccia agli ebrei. Nessun funzionario sarà imprigionato o revocato per il solo motivo di aver condotto la caccia agli ebrei. Nessun prefetto e quasi nessun alto funzionario farà parte dei Giusti francesi che provengono essenzialmente dalla società civile e, in particolare, dal clero o dal mondo dei piccoli contadini delle campagne remote. Mentre gli archivi testimoniano lo zelo messo in atto dal prefetto e dalla gerarchia della polizia per ritrovare la traccia della mia famiglia, così come la mia, indicata in numerosi documenti amministrativi e dicerie, sono i contadini pirenei che ci nascondono, Io e mia sorella, che agiamo da giusti per molti anni, ci proteggiamo, ci amiamo e sono rimasto loro fedele fino alla fine della loro esistenza.

Al di là della Francia, l'analisi comparativa della Shoah da un paese all'altro in funzione delle credenze religiose, del ritardo economico, della dimensione della crisi sociale o culturale e di tante altre variabili resta incompiuta: rimane così complessa che sembra impossibile. La Shoah, per il suo carattere unico, non può essere semplicemente inclusa nella categoria dei genocidi. Sembra sfuggire a qualsiasi spiegazione storica: né l'antigiudaismo cristiano, né l'antisemitismo tradizionale con i suoi pregiudizi, né il razzismo biologico, e ancora meno l'antimodernismo o la crisi degli anni '30, la sua disoccupazione, il risentimento delle classi medie, La perdita di punti di riferimento, la crisi delle democrazie, il terrore instaurato dal bolscevismo o ancora la personalità demente e fuori dal comune di Hitler non potrebbero cogliere il radicale cambiamento del mondo che essa simboleggia. Se i filosofi, gli scrittori, gli artisti ebrei restano come perseguitati dalla Shoah, i grandi storici dell'ebraismo moderno sembrano spesso, al contrario, evitare paradossalmente di dedicare i loro lavori allo sterminio del popolo ebraico privilegiando la storia detta normale dei periodi precedenti fatta tanto di felicità quanto di delusione, evitando di porre l'accento solo sui periodi di sfortuna, privilegiando "La storia senza lacrime". Da Salo Baron a Cecil Roth, da Jacob Katz a Yosef Yerushalmi, preferiscono studiare il modo in cui gli ebrei hanno mantenuto le loro strutture comunitarie, le loro forme di socialità e creatività nella loro vita quotidiana, il modo in cui sono usciti dal ghetto per affrontare le sfide dell'assimilazione, mantenendo la loro ortodossia e la loro fedeltà a Sion o ancora, affrontare le sfide e le ambiguità dell'alleanza reale, dell'alleanza verticale tra gli ebrei e lo stato, messe a dura prova dagli stessi Re. In questo senso, essi hanno a lungo, come i loro studenti in tutto il mondo, quasi evitato di insegnare la Shoah, rifiutando anche frequentemente che i loro studenti dedicassero le loro ricerche a quell'evento che sembra rimasto impensabile.

Ancora oggi, il suo insegnamento e i grandi studi che gli sono dedicati si concepiscono spesso al di fuori dei dipartimenti di storia e persino dei dipartimenti di storia ebraica come se si trattasse di una catastrofe che, per la sua dimensione e persino la sua natura, sfugge alle regole del metodo storico. Gli articoli scientifici che la riguardano si trovano per lo più pubblicati in riviste specializzate, mentre le grandi riviste di storia ebraica danno alla Shoah solo un posto misurato. È che differisce radicalmente dal tempo del ghetto, dalla litania dei pogrom o ancora dalle mobilitazioni antisemitiche: la resilienza di cui danno prova gli ebrei attraverso la loro storia, l'aiuto reciproco, la solidarietà, il ricorso all'alleanza reale, Le strategie tradizionali per affrontare l'odio si rivelano questa volta fuori luogo, obsolete e impotenti. E soprattutto, per molti storici ebrei, la Shoah non deve portare a una lettura retroattiva della storia, imponendone una visione lacrimale che cancellerebbe, in diaspora, la sua inventiva, il suo sviluppo.

Al tempo dei pogrom che punteggiano la storia ebraica "normale" fatta anche di "felicità" (Yerushalmi) succede la Shoah, il massacro messo in atto da uno Stato trasfigurato come strumento delle forze del male. Nonostante tutte le critiche che si sono potute rivolgere all'opera monumentale di Raoul Hilberg, che ha ignorato la Shoah a colpi di arma da fuoco e, sulla scia di Hannah Arendt, accusò ingiustamente gli ebrei di passività, Ha giustamente posto l'accento sul ruolo essenziale della burocrazia statale snaturata nell'organizzazione meticolosa della Shoah. Questo è particolarmente vero in Francia, dove lo stato-nazione si è imposto. Quando lo stato si distoglie dalla sua logica per sottomettersi alle "forze del male", il destino degli ebrei assume una piega drammatica molto più minacciosa rispetto a quando affrontano solo la rabbia popolare. La rottura dell'alleanza reale con lo Stato è tanto più dura in quanto lo Stato forte alla francese è stato a lungo protettore contro le mobilitazioni e le passioni antisemitiche, ed ha protetto efficacemente gli ebrei dalle folle scatenate nel momento peggiore dell'affare Dreyfus. Molti lo ricordano ancora nel 1940, quando, a torto, si mostravano ancora impassibili.

Questo tradimento dello stato risuona ancora oggi. Per la sua sola eventualità, essa plasma sempre l'apprensione della nostra storia del tempo presente, suscita legittime inquietudini di fronte agli attacchi mortali e alle mobilitazioni antisemitiche, come nel gennaio 2014, Giorno della rabbia, di cui gli ebrei sono ancora vittime ai nostri giorni, quando si sente di nuovo "Morte agli ebrei" per le strade di Parigi urlato da manifestanti agitati che portano insegne dell'estrema destra o brandiscono orgogliosamente la quenelle.

Di fronte alle nuove minacce, agli omicidi di cittadini ebrei, di Ilan Halimi, ai bambini della scuola Ozar Hatorah, da Sarah Halimi a Mireille Knoll, alle violenze mortali che li colpiscono in modo privilegiato come all'Hyper Casher de la Porte de Vincennes quando Amedy Coulibaly, L'assassino, dichiara: «Voi ebrei amate troppo la vita... Siete le due cose che odio di più al mondo: siete ebrei e francesi», volendo così rompere brutalmente la lunga relazione tra la Francia e gli ebrei, di fronte a tanti pericoli, devono ancora immaginare una risposta, farsi protagonisti della propria storia, pensare al loro futuro, dialogare con le forze vive della nazione, tentare di proteggersi con alleanze orizzontali innovatrici che completano l'antica alleanza reale con lo Stato, ribellarsi infine contro ogni attentato alla loro piena appartenenza alla nazione.

Pierre Birnbaum