Discorso della Hazkarah 2018 di Hélène Mouchard-Zay

Discorso pronunciato da Hélène Mouchard-Zay, fondatrice del Cercil - Musée Mémorial des enfants du Vél' de hiv', il 16 settembre 2018, in occasione dell'Hazkarah, la tradizionale cerimonia dedicata alle vittime senza sepoltura della Shoah.

 » La mia emozione è grande nel prendere la parola davanti a voi, qui, questa mattina, - innanzitutto per la natura eccezionale di questa cerimonia, momento di raccoglimento e di introspezione, - poi perché le personalità che l'hanno fatto prima di me sono immense, per la loro azione, per i loro scritti, per la loro riflessione, e che non mi sento affatto legittimato a iscrivermi in questa successione.

Tuttavia, ho accettato di farlo - e mi chiedo ancora come abbia potuto essere così imprudente -, forse perché, quando lei, signor Presidente, mi ha fatto l'onore di chiedermi di intervenire, ha menzionato (cito): "[la vostra] storia personale e familiare, nonché [il vostro] determinante impegno a favore del Cercil e del suo sviluppo".

Hélène Mouchard-Zay ed Éric de Rothschild, presidente del Mémorial de la Shoah, il 16 settembre 2018

Presentando questa cerimonia, lei dice anche che è, per gli oratori invitati, "un'occasione per parlare del loro rapporto e della loro personale apprensione di questo pesante e difficile dramma che è la Shoah".

Forse allora mi sono detto che, al di là di tutte le obiezioni d'illegittimità che potevo oppormi, questa sarebbe stata per me l'occasione di chiarire una domanda che mi è stata posta a volte: perché questo impegno, che in effetti ha occupato una parte della mia vita?  In che modo la memoria della Shoah e la memoria paterna si sono a un certo punto incrociate e intrecciate, fino a diventare inseparabili e indispensabili l'una per l'altra? ...

Inizierò dalla storia di una foto, la foto di una bambina che posa saggiamente davanti all'obiettivo, vestita con cura per questa circostanza eccezionale, con i suoi riccioli, il suo collare Claudine; al suo fianco la sua bambola, nell'ombra. Lei fissa seriamente l'obiettivo.

Questa foto l'ho ricevuta per posta molto tempo fa, nel marzo del 1992. Eravamo alcuni, una manciata, a lavorare alla prima mostra mai realizzata sulla storia dei campi del Loiret: il Cercil era appena stato creato, in circostanze che ricorderò tra poco. Uscivamo da un'epoca dimenticata in cui la storia di questi campi francesi era largamente assente dalla memoria locale e nazionale: solo Serge Klarsfeld, nei suoi lavori, ne ricordava la storia, che lui stesso chiamava "il parossismo della soluzione finale in Francia". Un pellegrinaggio annuale, nel mese di maggio, organizzato dall'Associazione degli Ex Deportati Ebrei di Francia, riuniva i sopravvissuti e le famiglie, inghiottite dal dolore e dalla memoria.

Sul retro della foto si poteva leggere:

«il 31 dicembre 1941, al mio papà caro, la tua piccola Aline».

Era accompagnata da una lettera del fratellastro di questa bambina, che raccontava la sua breve storia.

Storia molto breve, in effetti:

Si chiamava Aline Korenbajzer. I suoi genitori, Abraham ed Emma, ebrei polacchi rifugiati in Francia dal 1926, si erano sposati a Parigi. La bambina, francese quindi, era nata il 31 agosto 1939, alla vigilia della dichiarazione di guerra.

Abraham viene arrestato il 14 maggio 1941, durante la cosiddetta retata del Billet Vert, e internato nel campo di Pithiviers: è lì che gli arriva la foto, inviata da Parigi da Emma. Nel maggio 1942 riesce a fuggire e passa in ZNO per sfuggire alle persecuzioni. Emma e la piccola Aline, rimaste a Parigi, vengono arrestate durante l'irruzione del Vel' d'Hiv', internate a Beaune-la-Rolande nelle condizioni spaventose che conosciamo, deportate alla fine di agosto 1942. Aline viene assassinata ad Auschwitz il 31 agosto 1942, nel giorno del suo terzo compleanno.

Foto sconvolgente, per la presenza intensa di questa bambina, per l'enigma del suo sguardo che scava nell'intimo di ciascuno, per la gravità che emana dal suo volto e perché si intuisce qualcosa di tragico, come se pressentisse il martirio a venire. E anche perché questa bambina incarna, nella sua breve storia, quella dei campi del Loiret.

C'è bisogno di ricordare questa storia: la conoscete...

La storia di queste migliaia di uomini, tutti ebrei stranieri, che sono convocati il 14 maggio 1941 per un "esame della situazione" - questa convocazione è una trappola - e poi internati nei campi di Pithiviers e Beaune-la-Rolande, in virtù del decreto firmato da Pétain il 4 ottobre 1940, che autorizzava l'internamento degli ebrei stranieri.

Questi uomini, molti dei quali si erano arruolati al momento della dichiarazione di guerra per difendere il paese che li aveva accolti, sono convinti che saranno presto liberati. Non è stato così. Un lungo interramento sconvolse la loro vita e quella delle loro famiglie, ormai sole di fronte alle persecuzioni che li colpiscono quotidianamente per tutto l'anno 1941-1942.

Il padre di Aline, Abraham, era uno di questi uomini...

E poi c'è la retata del Vel' d'Hiv': migliaia di donne e bambini si ritrovano tragicamente internati nei luoghi stessi in cui venivano, qualche mese prima, a visitare il marito, padre, fratello. Le condizioni dell'internamento sono spaventose: tutto manca, cibo, letto, vestiti, medicine; muoiono bambini, che vengono sepolti al cimitero di Beaune-la-Rolande, nella fossa comune a Pithiviers.

Ma il peggio deve ancora venire: alla fine di luglio 1942, poiché Vichy non è riuscito a soddisfare le richieste naziste accettate con gli accordi Oberg-Bousquet, si decise di riempire i vagoni previsti in questo programma con le persone internate nei due campi. Ma poiché i nazisti non reclamano ancora i bambini, si prendono solo gli adulti e gli adolescenti più grandi. Bisogna quindi fare una distinzione...

Scene di separazione straziante, di una straordinaria crudeltà...

Quattro convogli partono alla fine di luglio - all'inizio di agosto. I bambini restano soli, in uno stato di assoluta angoscia. Dal 13 agosto sarà il loro turno. Nessuno dei bambini deportati ad Auschwitz-Birkenau tornerà.

Aline era uno di questi bambini.

Con un'immediata evidenza, questa bambina è diventata per noi l'emblema delle migliaia di bambini martirizzati nel Vel' d'Hiv', poi nei campi del Loiret, poi ad Auschwitz. Era solo una tra le migliaia di altri bambini che hanno subito la stessa sorte, ma allo stesso tempo è stata uccisa anche da tutti i bambini.

Dal nostro 1era esposizione, era al centro delle nostre immagini: è lei che figurava sul manifesto realizzato all'epoca da Joëlle Carreau-Labiche, manifesto che diceva così bene il destino spezzato di questa bambina.

L'inaugurazione nel 1992 di questa mostra da parte di Simone Veil, già presente accanto al giovane Cercil che si era appena creato, fu un evento: "Le Loiret retrouve la mémoire des camps" (Il Loiret ritrova la memoria dei campi), titolava La République du Centre, il giornale locale.

Fu infatti un evento: la realtà di questi campi francesi era poco conosciuta, come più in generale, si sa, quella della deportazione degli ebrei dalla Francia e della collaborazione.

La popolazione dei comuni interessati non era necessariamente pronta a vedere riaffiorare una memoria, certo sempre presente in un certo modo, ma che un diffuso senso di colpa reprimeva nel non-detto.

Ci sono state delle tensioni, delle tensioni: perché scuotere tutto questo passato? Perché riaprire ferite così recentemente e così mal chiuse?

Niente era naturale, tutto era da conquistare: bisognava spiegare, convincere...

Per più di 15 anni, il piccolo team del Cercil ha lavorato "fuori dalle mura", negli archivi e nelle scuole, cercando documenti e testimonianze che potessero illuminare questa storia allora poco studiata, pubblicando testimonianze fino ad allora sconosciute.

Poi, a poco a poco, si è imposta un'evidenza: serviva un luogo nella città dove ancorare questa memoria, un luogo dove le pietre stesse sarebbero le guardiane, oscure e ostinate, di questa terribile storia.

Un'associazione può scomparire, con chi l'ha sostenuta, ma più difficilmente un museo.

Questo fu l'inizio di una lunga ricerca. Anche in questo caso si dovette convincere e affrontare diversi scetticismi. Ma l'ostinazione ha permesso di trovare gli aiuti necessari per creare il museo che abbiamo inaugurato il 27 gennaio 2011: i sindaci successivi di Orléans, Jean-Pierre Sueur e Serge Grouard, la Fondazione per la Memoria della Shoah, senza la quale nulla si sarebbe potuto fare, la Regione, i ministeri hanno fornito il loro sostegno morale e finanziario. Le grandi associazioni, l'Associazione degli Ex Deportati Ebrei di Francia con Henri Bulawko e poi l'Unione dei Deportati di Auschwitz con Raphael Esrail, i Figli e le Figlie degli Espulsi Ebrei di Francia con Serge Klarsfeld, così come le squadre del Mémorial de la Shoah, ci hanno dato il loro sostegno, la loro competenza, la loro testimonianza.  E naturalmente, sempre la presenza, attenta, di Simone Veil.

Durante tutti questi anni, la piccola Aline ci ha accompagnato, presente su tutti i nostri documenti, a volte appena visibile, ma sempre lì, come se avessimo bisogno, costantemente, della sua forza ma anche della sua fragilità, di quello sguardo riflessivo dal quale non riusciremo mai a penetrare l'enigma, di quell'appello che ci lanciava.

Ora è nel cuore del nostro museo, una sorta di veglia che si può vedere da lontano quando si arriva al Cercil e che veglia sulla memoria, a nome di tutti i bambini assassinati.

L'ultima tappa di questa lunga marcia è il recente riavvicinamento del Cercil con quella grande istituzione in cui siamo oggi, il Memoriale della Shoah. Un lavoro comune da tempo impegnato - il CDJC era membro fondatore del Cercil nel 1991 -, e una vicinanza che si è approfondita nel corso degli anni ci invitava.   Il Cercil è orgoglioso di aver aderito a questa grande istituzione, che accompagnerà il suo sviluppo. D'ora in poi condurremo insieme questa difficile e impegnativa battaglia della memoria.

Resta infatti, angosciante, la domanda: come garantire la sopravvivenza della memoria della Shoah e quella delle istituzioni che l'hanno portata, memoria la cui storia dimostra quanto sia stata difficile per il nostro paese e che sarà sempre minacciata da coloro che pensano solo a cancellarla. Certo, dagli anni '80, il cammino percorso è stato enorme: gli storici hanno lavorato, gli insegnanti fanno un lavoro straordinario nelle classi, artisti (scrittori, pittori, cineasti) hanno affrontato la Shoah a modo loro. La seconda guerra mondiale sembra onnipresente nei media, attraverso molte trasmissioni, film...

E invece... cosa si vede?

In un'Europa la cui memoria si potrebbe pensare la proteggerebbe da tali derive, si constata l'impressionante progressione delle idee di estrema destra, l'ascesa dei nazionalismi e dei populismi, la volontà di escludere o addirittura il rifiuto di alcune popolazioni, l'indifferenza alle disgrazie subite da altri, l'impotenza a risolvere problemi che si sa che, se restano irrisolti, rischiano di portare al peggio. La paura sembra dominare le nostre società, portando alla chiusura verso sé stessi, alla sfiducia nei confronti dell'altro, all'oblio del terzo termine del nostro motto repubblicano: la fratellanza.

La foto del corpo di un bambino abbandonato su una spiaggia, le immagini di popolazioni a volte minacciate nella loro stessa sopravvivenza, i cortei di rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni, e tanti altri eventi che dovrebbero risvegliare la memoria degli europei come noi (Mi riferisco qui alla conferenza di Evian del 1938, quando il mondo si rifiutava di accogliere gli ebrei che fuggivano dalla persecuzione?), queste immagini suscitano l'emozione e l'indignazione generale per alcuni giorni, poi vengono dimenticate, scacciate da altri...

Un'attualità che si infiamma, amplificata da mezzi d'informazione che spesso non offrono alcun mezzo per comprenderla, l'estrema fragilità e volatilità delle opinioni, a volte pronte a credere alle voci più assurde e sorde a qualsiasi tentativo di riflessione un po' complessa, ignari di segnali sempre più inquietanti, in particolare il ritorno di un antisemitismo che si pensava non rivedere mai più.

E poi, terribile, il senso di impotenza che proviamo di fronte allo sviluppo di eventi che evocano ricordi sinistri - anche se le situazioni sono molto diverse -; la sensazione di non avere alcuna presa su evoluzioni che sappiamo però rischiano di essere fatali.

Non abbiamo imparato nulla, capito niente, tenuto a freno qualcosa?

Pur essendo indispensabili, la conoscenza della storia non basta, così come le commemorazioni, per quanto commoventi siano: perché l'emozione può scomparire con la stessa rapidità con cui è arrivata. Non esistono vaccini contro la recidiva fatale. Solo l'educazione, che impara, pazientemente, a pensare da sé, a decostruire gli stereotipi, ad analizzare situazioni complesse per sfuggire alle manipolazioni, solo l'istruzione può proteggere da future catastrofi. Bisogna educare, pazientemente, ostinatamente, al fine di dare ai giovani le armi intellettuali per resistere a tutti i tentativi di arruolamento, aiutarli ad acquisire la forza morale per resistere alle tentazioni dell'egoismo, dell'indifferenza, ai codardi sollievo delle dimissioni, piccole o grandi.

Per questo sono necessari dei luoghi-risorse - perché non si può chiedere tutto all'Istruzione Nazionale - dove possa impegnarsi un lavoro a lungo termine con gli insegnanti e, più in generale, con gli attori educativi. (includo gli animatori, gli educatori e tutti gli adulti che sono in contatto con i giovani).

Questi luoghi devono, dovranno essere difesi unendo le nostre forze.

Mi è stato chiesto a volte le ragioni del mio impegno in questa avventura: la domanda mi sorprendeva, perché per me era una cosa ovvia, che non doveva essere spiegata.

Perché aver dedicato così tanti anni a questa lotta della memoria, privilegiandola talvolta ad altri, anch'essi importanti?

L'evidenza si è imposta su di me non appena ho avuto piena conoscenza di questo crimine assoluto perpetrato a pochi chilometri dalla città dove vivevo da anni, senza che mai ne avessi sentito parlare né al liceo né altrove, io che tuttavia appartenevo a una famiglia particolarmente sensibile a queste questioni.

Nel 1990, recentemente eletta nel consiglio comunale di Orléans, vengo a sapere che un "Museo della resistenza e della deportazione" - così si chiamava - verrà aperto da qualche parte nel Loiret, e che questo nuovo museo evocherebbe solo marginalmente la storia di questi campi...

A coloro che protestavano fu risposto: "gli ebrei non hanno sofferto più degli altri".

E poi, nello stesso anno, un evento che è stato, per me come per molti, uno shock: la notizia della profanazione del cimitero ebraico di Carpentras, che ha suscitato una grande emozione, e l'enorme manifestazione che ne seguì, con a capo il presidente della Repubblica  (non posso fare a meno di evocare in questo momento, con un contrasto terribile, l'assenza di reazione dopo gli omicidi dei figli di Ozar Hatorah, nel 2012 a Tolosa).

Si è allora insediata in me un'ossessione che non mi lasciava più andare e che ancora mi abita: bisognava fare di tutto perché questi bambini ebrei assassinati non svanissero dalla memoria collettiva. E innanzitutto bisognava, affinché non fossero solo dei nomi che scorrono su delle liste, restituirgli un volto, un nome, una storia, a volte una voce quando poteva capitare loro di scrivere.

Allo stesso tempo, era ovviamente necessario approfondire la storia per analizzare il processo che aveva portato a tali eventi: questi, bisogna dirlo, non furono né un incidente senza legami con il passato, né una parentesi della storia senza conseguenze per il futuro.

Ma anche, - e senza che io ne abbia avuto realmente coscienza all'epoca - c'era, nel profondo della mia memoria, la storia di un'altra bambina, e senza dubbio il ricordo di un'altra foto, scattata nel 1941: quella di un bambino in una carrozza trainata da una giovane donna che dà la mano ad un'altra bambina un po' più anziana, e che esce da una prigione. Il bambino sono io, l'altra bambina è mia sorella Catherine, la donna è mia madre che esce dal carcere di Riom dove è rinchiuso nostro padre, Jean Zay. Questo padre, l'ho conosciuto solo in prigione, ne uscirà solo il 20 giugno 1944, per essere assassinato dai miliziani.

Ho misurato solo molto più tardi l'intensità di ciò che allora ha risuonato in me, tra la storia della piccola Aline e la mia storia, tra la foto di cui vi parlo da poco e quest'altra foto che ho appena menzionato.

Innanzitutto, in entrambi i casi, lo stesso antisemitismo omicida e la violenza di questi omicidi - anche se le circostanze erano diverse -, entrambe conseguenze logiche di un antisemitismo che ha raggiunto, grazie alla guerra e poi alla collaborazione, la sua espressione suprema e la sua attuazione radicale.

Perché è stato proprio l'antisemitismo che ha ucciso mio padre, un antisemitismo di lunga tradizione francese, che certamente non aveva aspettato Hitler per esprimersi, ma che trovò, grazie al regime che si è insediato in favore della sconfitta - la "divina sorpresa" di cui parla Maurras -, l'inaspettata occasione di assecondare radicalmente questo odio mortale.

"Mandel e Jean Zay sono gli unici uomini politici a cui Vichy ha fatto pagare con la loro vita per aver incarnato la tradizione repubblicana e la resistenza a Hitler" scrive Antoine Prost.

Si è scoperto che entrambi erano stati per lungo tempo obiettivi principali dell'antisemitismo.

Questi attacchi di una violenza inaudita iniziarono non appena entrò nella vita pubblica. Si legge, ad esempio, in un volantino distribuito durante la campagna legislativa del 1932 a Orléans:

" ... La città di Giovanna d'Arco, O suprema vergogna, O infamia, O inconcepibile decadenza, subirà l'oppressione di un deputato EBREO?"

(Ciò ricorda la famosa frase pronunciata da Xavier Vallat alla Camera dei deputati, il 6 giugno 1936, durante l'insediamento del governo Blum - e nonostante l'avvertimento del presidente Herriot -:

«Per la 1era volte questo vecchio paese gallo-romano sarà governato da ... un ebreo»

Questa campagna antisemita è diminuita quando Jean Zay è diventato ministro del Fronte popolare. Due esempi, tra tanti altri:

Céline, nell'Ecole des cadavres, 1938: «Sapete senza dubbio che sotto il patronato del negreto ebreo Jean Zay, la Sorbona non è più che un ghetto... Io vi Zay».

Lucien Rebatet, nell'Action Française, lo stesso anno (22 aprile 1938):

«Sono uno di quelli che non ammetteranno mai di vedere accostati così indecentemente il nome di un ebreo come Zay e il nome della Francia»

Certamente altri motivi si aggiungevano a questo odio tenace: le posizioni che prese, dal 1933 per la resistenza più ferma contro il regime nazista, nel 1936 per l'aiuto ai repubblicani spagnoli, nel 1938 contro gli accordi di Monaco - ma anche la sua lotta come ministro per i valori repubblicani, non fecero che amplificare un odio sia politico che antisemita, alimentando l'uno l'altro.

Di padre ebreo, di madre protestante, massone, antimunichino, repubblicano e laico, cumulava quello che Maurras chiamava i "quattro stati confederati, ebrei, protestanti, massoni, meteci", che secondo lui minacciavano ciò che egli definiva "il paese reale", l'unico legittimo ai suoi occhi, quello del lavoro, della famiglia, della parrocchia, della patria.

Jean Zay non corrispondeva alla definizione religiosa di giudaismo, né tanto meno - ironia! a quella dello status degli ebrei (aveva solo due nonni ebrei...). Eppure per tutta la sua vita fu "visto come ebreo" (riprendo espressamente i termini stessi dello status degli ebrei), e persino, con Léon Blum, come l'emblematico ebreo del Fronte Popolare, da antisemiti convinti che esista una "razza ebraica"., indipendentemente da qualsiasi religione o cultura.

Così si legge nel 1937 sul Journal du Loiret. "Che Jean Zay sia cristiano, buddista, musulmano o israelita, non ci importa: è ebreo, quindi "straniero" alla nostra razza e nemico delle nostre tradizioni".

Naturalmente, egli "ha sempre avuto l'onore di non smentire nulla su un simile argomento", come scrive in Souvenirs et Solitude, il suo diario scritto in prigione.

E poi, nella memoria collettiva di queste due storie, c'era la stessa negazione della responsabilità criminale di Vichy.

Sulle targhe affisse dal 1946 sul sito dei campi del Loiret si poteva leggere:

"Qui furono internati dagli occupanti hitleriani, il 14 maggio 1941, diverse migliaia di ebrei, deportati in seguito in Germania, dove la maggior parte morì"

Nessuna menzione di Vichy che tuttavia gestiva i campi dopo aver operato gli arresti, né della retata del Vel' d'Hiv' che fu l'attuazione in Francia della "soluzione finale", con la complicità di Vichy. Doppia negazione, dunque, della responsabilità francese e della realtà della deportazione degli ebrei dalla Francia: aggiungiamo quella della specificità dei campi di sterminio che, come sappiamo, erano tutti in Polonia.

Sulle targhe in memoria di Jean Zay, che furono apposte in diversi luoghi, era indicato che egli era stato vittima "della barbarie nazista", oppure "dei complici del nemico" o ancora "dei nemici della Francia".

Non si fa alcun accenno né alla responsabilità di Vichy né alla realtà di questo assassinio.

Eppure, questa responsabilità era totale:

Nel giugno 1940, mentre con altri, in particolare Pierre Mendès France, si imbarcò sulla Massilia per continuare la lotta nel Nord Africa, Vichy li accusò di "diserzione". Il 4 ottobre 1940, il Tribunale Militare di Clermont-Ferrand, lo stesso che ha appena condannato a morte de Gaulle per lo stesso motivo, condanna mio padre, su ordine, alla "deportazione a vita e alla degradazione militare" - la stessa pena, parola per parola, quella che fu inflitta a Dreyfus -.

La sera, ad un giornalista che si stupisce di questo verdetto, il Presidente del Tribunale risponde: «Dimenticate che questo ragazzo fa parte di quei cattivi francesi venuti dalla massoneria, dal Fronte popolare e dall'ebraismo».

Mentre è in prigione, i giornali collaborazionisti continuano ad attaccarlo, accusandolo, come gli odiati membri del Fronte Popolare, di aver voluto la guerra (la "guerra degli ebrei", come la chiamavano), di non averla preparata e di averla persa...

Il 20 giugno 1944 viene assassinato per ordine di Darnand, capo della milizia, allora ministro di Pétain. I miliziani incaricati di questa bassa mansione dinamitano il suo corpo, per non lasciare alcuna traccia.

Per quattro anni, nessuno saprà cosa gli è successo. I suoi resti furono rinvenuti e identificati solo nel 1948, dopo la confessione di uno dei miliziani assassini.

Quattro anni senza sepoltura...

Per quattro anni, bambina, non ho saputo nulla di mio padre scomparso, come le migliaia di bambini che non hanno saputo nulla di ciò che era successo ai loro cari scomparsi di cui oggi onoriamo la memoria, e che hanno vissuto a lungo nella convinzione che un giorno sarebbero tornati.

Nel 1945, mia madre scrisse una lunga lettera al presidente del tribunale che allora giudicava Pétain, chiedendo giustizia "in nome di questa morte senza tomba né lacrime". Conclude così:

"È giunta l'ora per il maresciallo di rendere conto delle responsabilità di cui si vantava un tempo con un imperioso orgoglio."

Si sa che nel 1945 l'ora non era ancora giunta. Non più che per il riconoscimento della sua responsabilità nella deportazione degli ebrei dalla Francia, che interverrà solo nel 1995, con il discorso di Jacques Chirac.

Certo, la differenza tra le due situazioni, una estrema e l'altra, era grande: da un lato una bambina nata in una famiglia di ebrei polacchi rifugiati in Francia, iscritta nella forte tradizione religiosa e culturale degli ebrei dell'Europa dell'est, Presa nel tumulto dell'esilio e delle persecuzioni collettive antiebraiche che si sono scatenate in favore dell'arrivo al potere di Hitler. Rifugiati nel nostro paese, questi ebrei stranieri avevano trovato rifugio. Ma furono traditi da Vichy che li consegnò ai nazisti, sostenendo che così proteggeva gli ebrei francesi, il che è, si sa, una menzogna. Una bambina, dunque, che non aveva fatto altro che nascere in una famiglia ebrea e straniera (perché non bisogna sottovalutare la dimensione xenofoba dell'antisemitismo dell'epoca).
Dall'altra parte un uomo politico, nato dal padre in una famiglia alsaziana ebrea molto antica, di queste forti e antiche comunità dell'Est radicate nella Repubblica, questi ebrei di Francia che assumono fin dall'origine il progetto emancipatrice della Rivoluzione» così come scritto da Pierre Girard. Poiché, come molti, desideravano rimanere francesi, i miei bisnonni avevano lasciato l'Alsazia annessa nel 1871. Questi "israeliti", come venivano chiamati, erano integrati nella società francese fino al punto di essere quasi invisibili in quanto ebrei, il che li rendeva ancora più pericolosi per gli antisemiti. perseguitati dalla rappresentazione fantasmatica dell'ebreo che si nasconde e tira i fili.

È in questo ambiente, i Fous de République come li chiama Pierre Birnbaum, che cresce mio nonno. Fedele a questa eredità e ai valori umanistici che portava, si impegnò molto presto nella lotta per Dreyfus, fondando un giornale ad Orléans nel 1898.

Desidero qui ricordare le magnifiche parole di Simone Veil, che risuonarono il giorno della sua entrata nel Pantheon:

«Da mio padre, ho soprattutto imparato che la sua appartenenza all'ebraismo era legata al sapere e alla cultura che gli ebrei hanno acquisito nel corso dei secoli in tempi in cui molto pochi vi avevano accesso. Erano rimasti il popolo del Libro, nonostante le persecuzioni, la miseria e il vagabondare.

Per mia madre, si trattava più di un attaccamento ai valori per i quali, nel corso della loro lunga e tragica storia, gli ebrei non avevano mai cessato di lottare: la tolleranza, il rispetto dei diritti di ciascuno e di tutte le identità, la solidarietà

Entrambi sono morti in deportazione, lasciandomi come unica eredità quei valori umanistici che per loro incarnava l'ebraismo.

Da questa eredità, non mi è possibile dissociare il ricordo sempre presente, ossessionante persino, dei sei milioni di ebrei sterminati per la sola ragione che erano ebrei. Sei milioni erano miei genitori, mio fratello e molti dei miei cari. Non posso separarmi da loro.

Questo basta perché fino alla mia morte, la mia giudeità sia imprescrittibile...»

Nonostante questo lungo silenzio della memoria, che ho vissuto come un'interminabile ingiustizia, sono sempre stata convinta che mio padre un giorno avrebbe avuto un posto nei libri di storia.

Ma questi bambini, queste migliaia di bambini assassinati...

L'insopportabile era che svanissero dalla memoria collettiva.

E poi, agire per la memoria di quei bambini assassinati, era anche agire, in modo derivato ma così forte, per la memoria di mio padre, in un'epoca in cui affrontare direttamente questa storia e questa memoria era per me difficile.

Infine, torno alla foto della piccola Aline, perché la sua storia non è finita...

Nel 2013, sulle pareti di una vecchia baracca di Beaune-la-Rolande ritrovata in casa di un privato, scopriamo delle iscrizioni tracciate a matita blu. Decifriamo:

"Korenbajzer Emma Aline, il 6 agosto 1942 - in ricordo di tutti coloro che passeranno qui".

Stupore... com'è possibile?  L'unica iscrizione scoperta dopo tutti questi anni di ricerca, potrebbe riguardare proprio quella bambina con cui viviamo da tanti anni, e che è diventata l'identità stessa del Cercil? Tra i 4.000 bambini che furono rinchiusi in questi due campi, è di lei e solo di lei che troviamo una traccia, incisa sul muro di questa baracca!

Increduli, chiediamo la perizia di un grafologo, che confronti con le poche righe scritte sul retro della foto, e confermi che è proprio la scrittura di Emma.

Scoperta incredibile, sconvolgente...

Infine, alcuni mesi fa, ci giungono nuove testimonianze altrettanto sconvolgenti:

Quello della sorella di Emma, Fanny, che racconta che, il giorno del raid del Vel' d'Hiv', propone a Emma di affidarle la bambina (essendo donna di prigioniero di guerra, non era minacciata). Ma Emma pensa che si tratti di un semplice controllo e soprattutto che Aline è troppo giovane per essere arrestata. Si rifiuta di separarsi dalla sua bambina.

Come lei, molti all'epoca credettero che l'impensabile non potesse accadere nel paese che li aveva accolti, che questi li avrebbe protetti, che in ogni caso i bambini sarebbero stati al sicuro... Tradimento assoluto di questo regime che ha consegnato ai nazisti coloro che avrebbe dovuto proteggere, assolutamente.

Infine, una lettera scritta da Emma dal campo di Beaune-la-Rolande a suo fratello Aron:

Mio caro fratello e mia cara cognata.

Si parla di mandare i bambini all'assistenza pubblica, vi prego abbiate pietà del mio caro bambino, richiedetela e portatela con voi sarà al sicuro perché siete francesi, e noi madri parliamo di mandarci in Polonia, io sicuramente non sopravviverò ma almeno Aline vivrà, non mi rifiuti, Aline è la mia unica ragione di vita. Per favore, vi supplico, qui ci sono tutti i tipi di malattie che lei contrarrà. Io sono già stanca, 5 notti che non dormo così tanto che penso ad Aline. La mia figura gialla fa pena a tutti, ma non possono fare nulla, perché non hanno ordine. Aron e Bella, carissimi, la amate, proteggetela come una mamma perché avete dei figli e capite cosa significa per una madre. Se va in assistenza pubblica, morirà e questo pensiero mi fa impazzire. Lei dorme sul pavimento su del legno, la mattina mi chiede un biberon di latte e immagina il mio dolore quando non ne ho. Fai qualcosa per lei, reclamala. Non posso più scrivere, sono troppo debole. Ti bacio insieme alla mia piccola bambola.

Così, periodicamente, nel corso di questi 25 anni, per l'incredibile coincidenza delle scoperte successive, la piccola Aline si è ricordata a noi con forza - se mai avessimo smesso di pensare a lei, che è presente ovunque nel nostro museo e sempre nella nostra memoria.

Come se avesse paura che la nostra vigilanza si affievolisse.

Come se lei ci inviasse dei segnali, la cui intensità ci travolge. Io sono qui, ci dice, con la mia storia, la mia terribile storia. Porto con me il ricordo dei milioni di bambini assassinati, quelli del passato, ma anche quelli del presente, schiacciati dall'odio degli adulti, quelli che la codardia, la cecità o l'indifferenza abbandonano al loro destino, quelli che un silenzio complice finisce di condannare. Perché ho anche il volto della piccola Myriam, di Arieh e di Gabriel, assassinati a Tolosa nel 2012, del piccolo Alyan, morto annegato su una spiaggia mediterranea, del piccolo Alan che viene tirato fuori dalle macerie della sua casa in Siria, di "il bambino nero tagliato a metà dal machete di un carnefice etnico", citato qui da Robert Badinter nel 2010 e da molti altri... Il volto di tutti coloro di cui la foto, che racconta la loro insopportabile sfortuna, commuove certo il mondo un giorno e viene dimenticato il giorno dopo. Il volto di tutti quei bambini che collettivamente non abbiamo saputo proteggere.

Allora, noi tutti che siamo qui riuniti questa mattina, noi che non avremmo mai potuto immaginare che si potesse di nuovo, in Francia, assassinare bambini ebrei e che ne siamo disperati, cosa possiamo dire a quella bambina così viva, se non che siamo qui, siamo ancora qui, saremo sempre qui, finché ne avremo la forza.