Discorso di Bernard-Henri Levy in occasione dell'Hazkarah, commemorazione dedicata alle vittime non sepolte della Shoah. Commemorazione

domenica 24 settembre 2023 alle 10:15

Questa è la terza volta, cari amici, che mi trovo così a parlare davanti a voi.

La prima volta, avevo trent'anni, e fu su iniziativa di Simone Veil.

La seconda, ne avevo cinquanta, ed eri già tu, Eric, ma non ancora tu, François, che mi avevi rivolto questo bel e pericoloso invito.

Oggi, gli anni sono passati; le nostre file si sono diradate; ma ci troviamo di fronte allo stesso imperativo, alla stessa sfida, allo stesso dovere d'intelligenza e di memoria.

La storia dell'Europa e i massacri dei suoi ebrei...

Il cosiddetto "deicide" che doveva essere pagato dal popolo di Israele...

Lo strano modo che ha avuto la teologia cristiana, per secoli, di rendere interminabile l'agonia di Cristo; di prolungarla all'infinito come per far sentire meglio il miracolo della sua risurrezione; e, ai piedi della sua croce insanguinata, di offrire, non libri, ma dalle tonnellate di carne ebrea alle asce dei pogromisti...

E poi, agli albori della modernità, in un'Europa scristianizzata dove "Dio è morto" diventava il grido di raduno delle folle rese pazze dalla loro curiosa solitudine, nel mondo nuovo dove la bottega umana non era più, all'improvviso, tenuta solo dagli uomini e, presto, dalle date degli uomini, questa svolta, questa metamorfosi, questa muta: l'odio dell'ebreo diventava biologico, scientifico, medico, razziale; da La Francia ebraica a Mein Kampf, nelle due nazioni rivali che dominavano ancora l'occidente, Era la corsa a chi avrebbe perseguito più efficacemente l'alleanza ormai maledetta; e, una volta stabilita, con grande forza di letteratura, filosofia, antropologia, scienze delle lingue, eccetera, l'aberrazione di questo popolo, la sua tossicità per le anime, le arti e le culture, una volta stabilita la mostruosa degenerazione che aveva, attraverso di lui, avvelenato l'umanità - la soluzione finale, lo sterminio, la Shoah.

Ho dedicato una parte della mia opera a spiegare in che modo questa svolta fu radicale sia nella storia degli ebrei che in quella di un'Europa la cui intera civiltà vacillò sotto i colpi di quelle folle che, dalle strade geometricamente lastricate di Parigi e Berlino alle torbiere della Romania o della Moldavia, urlavano lo stesso odio.

L'ho fatto senza la scienza di Raoul Hilberg.

Senza la santa pazienza di Serge Klarsfeld a cui dobbiamo questo innumerevole nastro dei morti che si trova, lì, alla mia destra.

L'ho fatto senza la forza quasi inumana di Claude Lanzmann, quell'orfeo ebreo che ha corso il rischio di andare, non una, né due, ma più volte, vincitore, attraversare l'Acheron per cercarlo, senza voltarsi, la sua Eurydice alle sei milioni di volti che i nazisti avevano voluto fondere in un vapore unico.

Ma l'ho fatto da filosofo.

E ho stabilito, credo, ciò che la Shoah ha avuto, rispetto a tutti gli altri genocidi, irrimediabilmente singolare.

Non il numero delle sue vittime.

Non la fredda tecnicità, l'industrializzazione esponenziale, della macchina da uccidere come quella che caratterizzava Martin Heidegger.

Nemmeno la sua crudeltà che, dall'Armenia al Ruanda, altri genocidi avevano avuto, e avranno, in comune.

No.

Ciò che questo crimine ha avuto di assolutamente singolare è stato il fatto che fu l'unico a volersi ripiegare senza mezzi (nessun confine per gli assassini; nessuna città rifugio per le vittime; l'Europa e persino, in teoria, il pianeta come una gigantesca trappola per la selvaggina ebrea inseguita dalla batuta mondiale).

Senza resti (uomini, donne, bambini e anziani, la loro cultura e la loro lingua, i loro luoghi di preghiera e i loro libri, fino alla memoria della loro esistenza e della loro vocazione, tutto doveva scomparire, tutto).

E lui è l'unico che si è voluto così tanto, senza numeri, senza nomi e senza tombe - non conta la sporcizia, vero? non si chiamano i batteri? non si fanno funerali per i rifiuti, le detriti che ingombrano i nostri marciapiedi? tanto che l'ultima originalità del crimine nazista fu quella di voler la doppia cancellazione dei corpi e dei cadaveri, delle anime e della loro memoria - la sua particolarità più profondamente diabolica fu che nello stesso tempo in cui si cancellavano le vittime dal libro dei vivi si cancellavano anche dal libro dei morti...

Sto cercando di dirlo senza provare emozioni.

Questa è la dura, esatta e terribile realtà.

È, nella storia generale dei massacri, l'atroce, veritiera, quasi algebrica singolarità della Shoah.

 

Da qui, cari amici, l'importanza del gesto che facciamo qui, quest'anno, come ogni anno, radunandoci sul sagrato di questo memoriale.

Veniamo, ovviamente, a ricordare coloro che sono stati gasati, bruciati, mitragliati, sepolti vivi o morti...

Veniamo ad ascoltare di nuovo le loro voci e i loro silenzi, le loro lacrime e i loro ululati, gli soffocamenti e le compressioni dei corpi nei treni, poi nelle baracche e infine nelle camere a gas...

E, quando ci ricordiamo di quegli uomini indimenticabili che furono Primo Levi, Imre Kertesch, Aharon Appelfeld, veniamo anche a costringerci a rivedere le selezioni, i binari nelle erbe non ancora pazze, le nevi ardenti a piedi nudi, le valigie vuote, i colpi, i cani, le infermerie dell'orrore.

Ma attenzione!

Veniamo anche a fare un gesto di riparazione.

E sento la parola, ancora una volta, nel senso più chiaro, più preciso, più concreto che ha nella tradizione ebraica del Tiqun Olam.

Perché se è vero che il più grande oltraggio che i nazisti hanno inflitto ai nostri morti è stato quello di gettarli in una notte in cui dovevano rimanere per sempre senza tomba, senza nome e senza numero, veniamo questa mattina, radunandoci davanti a questa cripta, proprio accanto a questo nastro di nomi esattamente enumerati, rendergli un po' di giustizia

Questo è un gesto di pietà e saggezza.

È una sepoltura di pietra e parole che offriamo a chi non ne ha avuta.

È un modo, come dice il più grande dei poeti francesi, di diventare la tomba dei nostri anziani.

Ma è anche un'umile vendetta che offriamo a quei fratelli assassinati che erano i più innocenti degli uomini, ma i cui "sangue", dice il versetto dopo l'uccisione di Abele, gridano verso di noi dalla terra che li ha inghiottiti.

Conoscete la parola di Chateaubriand a Madame de Staël: «È invano che Nerone prospera perché lo storico sembra incaricato della vendetta dei popoli».

Ebbene, allo stesso modo: è vano che da 17 anni, da Bagneux a Tolosa, Parigi, Tel Aviv e altrove, il numero dei nostri morti aumenti di nuovo; perché l'integra provvidenza ha fatto sì, cari amici, che voi siate qui per chiedere giustizia.

Quindi, ovviamente, la domanda rimane - la stessa di trent'anni fa e cinquant'anni fa.

Questa giustizia, questo risarcimento devono intendersi in verità o per metafora?

È un'opera religiosa quella che stiamo facendo, o solo un desiderio?

Quest'anno sono diviso tra due sentimenti.

Da un lato, guardo, sì, le nostre file che si chiariscono.

Rivedo nel pensiero gli assenti che erano lì, davanti a me, le altre volte, e che sono via via via.

E vedo bene che stiamo entrando, per davvero, in questo nuovo tempo che temevo nei miei discorsi precedenti: quello in cui gli ultimi sopravvissuti saranno quasi tutti scomparsi; quello in cui bisognerà fare a meno di loro perché passi il testimone; e quello in cui le donne e gli uomini della mia specie saranno dinosauri, eredi sempre più rari, belle anime che rischiano, come dice il profeta, di lavorare per nulla, di invocare il nulla.

Ma, dall'altra parte, vedo l'altra folla di coloro che, questa mattina, riformano le file.

Vedo questi giovani volti davanti a me, a cominciare da quelli di mia figlia Justine e di mia nipote Suzanne, entrambe ebree come lo erano i figli di Tsippora.

E mi rendo conto che, paradossalmente, sono più ottimista oggi di quanto lo ero un tempo.

Innanzitutto, cari amici, ripenso a quei negatori che ci facevano tanta paura 45 anni fa; ripenso al loro modo di dire che non era successo nulla ad Auschwitz e che non c'era stato, come a Hiroshima, niente; ripenso a quella mostruosa ripetizione del crimine che consisteva nel sostenere che non fosse successo, o forse non proprio, e di cui temevamo che alla fine avrebbe fatto scuola e legge; ebbene, questo non è accaduto; il negazionismo, se è tutt'altro che sconfitto e fa ancora causa comune, troppo spesso, con questo odio di Israele che è il nuovo carburante del crimine antisemita, è stato tenuto in rispetto; la vergogna mostruosa che la Shoah deve ispirare al mondo non si è estinta, almeno in Europa; e non c'è, grazie al cielo, anche per gli ebrei, solo battaglie perse!

Poi, si conferma quello che eravamo, per ora, da quel momento, alcuni da intuire: cioè che la memoria non è una miniera di ricordi che si esaurirebbe con il tempo; che non c'è, all'inizio, uno stock di memoria viva che, Man mano che ci si allontana dalla radiazione dell'evento, si va diminuendo, impallidendo; ed era Simone Veil ad avere ragione quando diceva che è il contrario - si inizia non volendo sapere nulla; ci si rifiuta di ascoltare la sopravvissuta; ed è così col tempo, grazie agli sforzi degli "orribili lavoratori" Nietzscheani, che alla fine si costruisce una memoria e supera la volontà di ignorare - compito, miei cari amici, che voi avete, che noi abbiamo, piuttosto con successo, anno dopo anno, da 80 anni, o quasi, che esiste il Memoriale!

E poi la mia grande fonte di ottimismo è, ve lo ripeto, questa gioventù ebrea di oggi: non si può dire che sia più numerosa, stamattina, di quanto lo fosse nelle foto che ho trovato di 47 anni fa e dove mi sembra quasi nessuno, a parte me, non era nato dopo la Shoah - la verità è che la catena non si è spezzata e che, come sempre nell'ebraismo, come nei tempi più oscuri in cui tutto sembra perduto, la trasmissione è assicurata.

Un'ultima parola.

Il modo migliore per vendicarsi è quello di assumersi la responsabilità del reato.

È, in questa circostanza, portare con positività e orgoglio questo giudaismo che gli hitleriani volevano sradicare dalla faccia della terra.

E si tratta di riconquistare quella vitalità ebraica che li faceva impazzire perché ci faceva costruire, qui, città; fondare, lì, Repubbliche; fomentare, addirittura, rivoluzioni; si tratta di rinvigorirsi, in Francia per esempio, con quella presenza civilizzatrice e benefica che brillò nei nostri terroir nel periodo in cui appena scoprirono le grandissime dimensioni di un Cristianesimo calpestato tra le spesse mura dei monasteri.

Ma non è questo, ancora una volta, ciò che fanno gli ebrei di oggi?

E questo splendore ebraico ritrovato, questa forza ebraica assunta e gioiosa, quest'idea che il popolo ebraico è un tesoro per l'umanità e che intende bene, questo tesoro, questa segula, spendersi senza limiti affinché l'umanità sia redimata, Non è questa la grande novità rispetto all'ebraismo del 1979?

Vedo l'audacia tranquilla degli ebrei di Francia entrati, pienamente ebrei, nella città laica.

Osservo la gioventù ebraica che, decennio dopo decennio dal mio primo discorso qui, ha sviluppato un sesto senso di fronte al male e, senza mai dimenticare che è sui suoi padri e grandi padri che si è chinata l'ultima faccia del diavolo, si è spostata dalla Bosnia al Ruanda e, oggi, in Ucraina, in tutti i luoghi del mondo dove il muffe riappare.

E penso a quei giovani e meno giovani ebrei che, quando ripetono, come si dice su questo frontone, «Zaccore, ricordati», pensano «ricorda Amalek» cioè contemporaneamente, come vuole Rashi di Troia, «ricorda il male che ti ha fatto», «Ricordati del male che ha fatto agli altri popoli» e «Ricorda di dimenticarlo, di cancellarlo da sotto il cielo».

Questo giudaismo, lo ripeto, i suoi morti non sono sepolti.

Non hanno riposo, contrariamente alla promessa fatta ai figli di Adamo che la terra, adama, avrebbe sempre offerto loro una sepoltura.

Non hanno piramidi, tombe eterne come i grandi morti dell'Egitto primordiale.

Non sono stati mummificati, sono stati gassati.

Non sono stati imbalsamati, sono stati bruciati.

Non sono stati profumati, ma trasformati in carne carbonizzata, aspra e maleodorante.

E questo, bisogna dirlo e ripeterlo, è un crimine incomparabile.

Ma lo sappiamo anche noi, cari amici. Non siamo del campo della morte. Non siamo del campo degli imbalsamati e delle mummie. Il nostro certificato di nascita è stato quello di strapparci da lui, da questo campo e dalla sua civiltà che aveva la morte per segreto. E questa è la ragione per cui abbiamo questa vocazione: una volta che i nostri morti piangono, sono ricordati e accolti nel nostro grembo di vivi, fare in modo che, grazie alla cancellazione del nome di Amalek, la vita riprenda la sua posizione nel campo d'Israele e Israele la sua nei disordini del mondo.

Fuori e dentro...

Accampati separati dalle nazioni, ma più preziosi per queste nazioni dell'aria fetida che riescono a respirare o espirare...

Il senso del piccolo numero, l'eroismo del piccolo numero, quella grazia e intelligenza del piccolo di cui gli ebrei hanno promesso al mondo che non sarebbero mai stati sopraffatti - e che sono il sale della loro terra...

Questo è il genio del giudaismo.

Questa è la sua profonda vocazione.

E sapere che lo sappiamo, sapere che siamo sempre più numerosi a ricordare che essere ebrei significa aiutare a far sì che il mondo sia mondo e che l'umano sia umano, immaginarlo, questo spirito dell'ebraismo, come un albero eterno separato da noi da un angelo di fuoco che tiene una spada la cui lama gira e verso la quale, tuttavia, bisogna camminare, questo è ciò che ripara e questo, questa mattina, restituisce speranza.

Discorso di Bernard-Henri Lévy, filosofo, scrittore e regista.

Rivedere la cerimonia dell'Hazkarah 2023