Cineasta, sceneggiatrice, attrice e autrice, sopravvissuta della Shoah, Marceline Loridan-Ivens è stata un testimone significativo del ricordo dei deportati. Ci ha lasciati il 18 settembre 2018, sera di Kippur, all'età di 90 anni. Sia attraverso la sua opera letteraria e cinematografica che attraverso le sue testimonianze e le sue prese di parola, la "figlia di Birkenau" non ha cessato di impegnarsi per la memoria della Shoah. Avrebbe dovuto partecipare il 25 novembre a due eventi durante il Mese del film documentario al Mémorial de la Shoah. Gli renderemo omaggio.
Se ci sono troppe parole che vengono quando si cerca di definire Marceline Loridan-Ivens, tuttavia non bisogna scegliere, lei non avrebbe voluto essere "ordinata". Nata nel 1928 a Épinal in una famigliaebrea polacca, la bambina è gaudente e rossa. A scuola viene picchiata e umiliata perché usa la mano sinistra. Nel 1940, rifugiata a Lione con la sua famiglia, viene messa in una pensione privata, separata dai suoi genitori. Poi, nel 1941, la famiglia si trasferisce al castello di Gourdon a Bollène, in Vaucluse, dove frequenta un collegio per ragazze. Già ardente, sarà esclusa per aver tenuto un giornale ritenuto sovversivo. Nel marzo 1944, Marceline viene arrestata con suo padre a Bollène dallaGestapo, a seguito di unadenuncia. Prima internata nel campo diDrancy, sarà deportata aAuschwitz il 13 aprile 1944 dal convoglio n°71, in cui si trovava anche la sua futura "compagna di deportazione" e poi amica incrollabile,Simone Veil.
Matricola 78750, Marceline Rozenberg conosce l'inferno di Auschwitz-Birkenau: scava fosse per gli ebrei ungheresi assassinati, nasconde le sue ferite per sfuggire alle selezioni di Mengele, soffre la fame, la sete, la malaria, conosce la rivolta del Sonderkommando, Bergen-Belsen, le fabbriche, i colpi, l'ultima deportazione verso l'orrore di Terezin. Ma sfugge alla camera a gas. Coperta di pidocchi e colpita da scabbia, torna a Parigi nell'agosto 1945, poi a Bollène. Suo zio la ritrova sul marciapiede e le dice: «Non dire niente, non possono capire». Marceline alla fine testimonierà, fino a denunciare senza sosta l'ingiustizia e la violenza, lasciando un'opera al gusto della vendetta e riaprendo una ferita: "Non ho riportato indietro il padre".
Tra cinismo e autoironia, Marceline riuscirà a ritrovare la gioia di vivere immergendosi in una vita parigina frenetica, girando per i club della Rive Gauche, frequentando jazzmen, girando un film con il suo grande amore, il documentarista Joris Ivens, militante ogni volta che può per l'aborto o contro una dittatura, tanto caotica quanto disincantata. Ha anche co-girato con suo marito film sulla guerra del Vietnam e la Cina maoista.
È anche attraverso il cinema, poi la scrittura, che Marceline Loridan-Ivens riuscirà finalmente a liberare la sua parola sulla Shoah. Nel 2003, realizza un lungometraggio, La petite prairie aux bouleaux e in seguito co-scrive tre libri: Ma vie balagan (racconto scritto con la giornalista Élisabeth D. Inandiak, Robert Laffont, 2008), Et tu n'es pas revenu (racconto scritto con Judith Perrignon, Grasset, 2015) e L'amour après (racconto scritto con Judith Perrignon, Grasset, 2018).
Confidava all'AFP nel giugno 2017, dopo la morte della sua amica Simone Veil: È la fine di un'epoca, quella dei testimoni dello sterminio degli ebrei europei da parte dei nazisti.
La giornata del 25 novembre 2018 sarà l'occasione per rendergli omaggio attraverso due proiezioni al Mémorial de la Shoah: